Occhiali Scolpiti

Lo scultore simbolista Leonardo Bistolfi, al culmine della sua carriera, si trovò a dover risolvere un compito arduo: scolpire in marmo, per un monumento commemorativo, le sembianze di un personaggio illustre con gli occhiali. Vittorio Bersezio (questo il personaggio), noto commediografo e giornalista di fine ottocento, era deceduto quattro anni prima ed era inseparabile dai suoi occhiali al punto che dovettero seppellirlo con i medesimi. Come fare? Altri scultori avevano rinunciato come nel caso di un monumento a Cavour ad Ancona senza occhiali, un monumento ad Alessandria per Rattazzi con occhiali in metallo. Ma Bistolfi ci riuscì!
Leggiamo da una sua intervista come fece:
“Io pensavo che non avrei mai potuto rendere il carattere dell’occhio miope di Vittorio Bersezio se non attraverso le lenti che Egli portava… e mi avvalsi dell’unico elemento espressivo di cui dispone la scultura, cioè l’effetto pittorico del particolare… ma come abbia fatto non so descriverlo a parole”. In pratica Bistolfi si è valso della lunga esperienza dei massimi scultori, da Michelangelo a Canova, le cui statue sono vive e in carne pur essendo in marmo. Se passate per Peveragno, piccolo comune in provincia di Cuneo, visitate questo dimenticato monumento nella sua piazza maggiore: una scultura magnifica ed espressiva di un personaggio illustre e dei suoi occhiali.

Gli occhiali del Generale

Ottima carriera quella del Generale, una carriera lampo grazie a meriti personali e non, come sussurravano le malelingue, alla protezione di un padre ex ministro della guerra. Ora era al comando di una brigata di circa 2.500 uomini che costituiva la quarta colonna dell’esercito coloniale del Gen. Barattieri inviato in Africa contro gli abissini. Il nostro Generale era tranquillo -Basteranno quattro botti e questi selvaggi scapperanno via!- diceva e, in effetti, non era mai accaduto che un disciplinato esercito coloniale venisse sconfitto da africani armati di lance e scudi. Ma (questo il nostro Generale non poteva saperlo) i “selvaggi” che aveva di fronte erano armati con ottimi fucili, persino cannoni, ed erano circa 120.000: una forza decisamente schiacciante per qualsiasi piccolo esercito. Dopo ore di marcia il suo contingente non era ancora arrivato a contatto del nemico eppure, a giudicare dagli spari alla sua sinistra, le altre colonne erano già impegnate in battaglia. I suoi occhi vagavano sempre più inquieti dai monti che lo circondavano alla carta che gli era stata affidata dal Comando e non ci raccapezzava proprio nulla: il paesaggio continuava ad apparirgli ostile e incomprensibile, vuoto di vita e di rumori, eccetto quegli spari alla sua sinistra che andavano sempre più affievolendosi. Fu allora che decise di affidarsi ai suoi soli occhi, scrutò l’orizzonte, individuò un monte alla sua destra e diresse la marcia della sua colonna su quel monte. Non dovette attendere molto, prima che raggiungesse l’obbiettivo prefissato, il monte, simile ad un formicaio calpestato, eruttò un’immensa massa di abissini, ben presto l’intero orizzonte si riempì di armati urlanti e minacciosi, un’immensa valanga nereggiante e inarrestabile.
Poche ore dopo era tutto finito – L’avete trovato?- disse il Degiac abissino. I suoi uomini lo condussero verso un cumulo di cadaveri scomposti. Il nostro Generale giaceva lì, era quasi completamente nudo, con gli occhi aperti dietro le spesse lenti di un occhiale da miope che gli armati, quasi per una forma di rispetto, non avevano depredato. Il Degiac si chinò a prenderli e, tra l’ilarità dei suoi uomini, provò gravemente ad inforcarli e tutto gli apparve deformato e confuso -Ora capisco perche’ si è infilato in questa valle! Come avrebbe fatto a vedere con questo aggeggio!

Gli occhiali cinesi

In Cina non furono inventati gli occhiali. Solo nel XVII secolo sembra che i gesuiti, spintesi fin là a scopo di conversione, introdussero nel Celeste Impero, oltre al Vangelo, i primi esemplari di occhiali per lettura. I cinesi, come è loro secolare abitudine, impararono presto a fabbricarne in proprio ma apportandovi delle singolari modifiche: molta cura nella manifattura della montatura e nessuna per le lenti; in sostanza erano puri ornamenti del volto ma… non facevano vedere nulla! I Mandarini, funzionari imperiali con varie mansioni amministrative e giudici dell’Impero, ne facevano largo sfoggio durante le loro sedute; gli occhiali in questi casi costituivano un insormontabile diaframma tra popolo e potere al punto che si racconta questa storia:
In un tempo imprecisato, il giudice Ya Yong commise un gravissimo errore giudiziario, errore che stroncò la sua onorevolissima carriera. Giudice inflessibile ma giusto, le sue sentenze furono, fino a quel fatale giorno, esempio di ineccepibile e rara saggezza. I casi esaminati erano stati quasi tutti molto chiari: furto… trenta frustate, omicidio… squartamento, rapimento… impiccagione, e così di seguito. Fu clemente solo in un caso: uxoricidio. Sfido! … la moglie gli aveva servito una minestra tiepida! A costui solo 20 nerbate e l’ammonimento a non farlo più. Ma l’ultimo caso sottoposto al suo giudizio fu quasi incredibile; l’autore del delitto aveva commesso un crimine orrendo: aveva rubato un frutto di loto nientemeno che dal giardino imperiale. Quale condanna somministrare a simile criminale? Ya Yong era perplesso ma anche curioso, curioso di vedere simile personaggio e, per la prima volta nella sua lunga carriera, tolse il “diaframma”: gli occhiali che gli impedivano di vedere e di farsi vedere. Fu un gravissimo errore! Quello che vide non fu un uomo ma l’incarnazione della miseria e della disperazione, occhi infossati su un volto sconvolto dalla fame. Per la prima volta la sua inflessibilità crollò, il suo cuore di ghiaccio si sciolse al calore della pietà.

L’Ottico Artefice

Permettete che mi presenti: sono Lorenzo Selva, Ottico Artefice di Venezia e il migliore di tutti i tempi. Ho iniziato a lavorare nella bottega di mio padre Domenico fin da ragazzo e ho ereditato da lui la manualità artigiana per costruire qualsiasi strumento ottico: cannocchiali di tutti i tipi, telescopi portentosi, microscopi e lanterne magiche, lenti di ingrandimento, occhiali da naso e con aste tempiali, lenti da vista ecc. Qualche strumento della mia produzione è ancora in mostra in musei come il Galileiano di Firenze o in collezioni private: sono dei veri oggetti d’arte e tutti con ottiche eccellenti. Realizzo nella mia bottega, nei pressi di piazza San Marco, qualsiasi progetto di strumenti scientifici e non è un caso che i migliori astronomi e studiosi siano miei clienti. Controllo la vista e confeziono gli occhiali adatti a qualsiasi difetto di vista: occhiali tutti costruiti da me, lenti comprese. Conosco l’anatomia dell’occhio e le sue patologie e i vari rimedi per la loro cura. Mi diletto di astronomia, fisica e meccanica, quanto basta per il mio lavoro e ho scritto due saggi sull’ottica e il lavoro artigiano di un artefice. In conclusione sono il miglior ottico mai esistito perchè oltre ad essere un abile bottegaio, sono anche oculista, artigiano, astronomo, artista, scrittore ecc. Vi pare poco? Peccato che sia morto, sì… morto nel 1790.

Gli occhiali mettono le zampe…

Nella nostra breve storia dell’occhiale ci siamo occupati finora solo di occhiali senza stanghette. In effetti, fino alla metà del secolo XVI gli occhiali da lontano, di “vista lunga” come si definivano, erano assai rari essendo rari i miopi e gli ipermetrici che portassero occhiali permanenti. Molti di essi sostenevano gli occhiali sul cappello (come faceva Savonarola) o gravandoli sui propri nasi: “I nasi sono stati creati dal buon Dio per sostenere gli occhiali” scrisse qualche secolo più tardi, con la sua proverbiale ironia, Voltaire. Ma Girolamo Capivaccio, sommo medico padovano vissuto nel secolo XVI, non aveva un grande naso ma, in compenso, un pesante occhiale da miope che non riusciva a tener fermo. Da vicino vedeva benissimo (ne è testimonianza la quantità di scritti medici e trattati che ci ha lasciato) ma, da lontano, non distingueva un sifilitico da un appestato, come gli dovette succedere durante la pestilenza di Venezia del 1576. Capì ben presto che per risolvere questo handicap il buon Dio gli aveva regalato oltre al naso anche due orecchie a cui assicurare, con una cordicella, i suoi pesanti occhiali. Oggi, quando leggiamo i suoi trattati, pieni di strani rimedi a base di mercurio contro il “male gallico”, non possiamo che rimanere ammirati, più che della sua dubbia dottrina, dell’empirico rimedio adottato per i suoi occhiali, come, nel frontespizio dei suoi scritti, ci mostra l’immagine della sua imponente figura.

L’occhiale che scoprì la luna

Illustrissimo ed Eminentissimo Professore, è con sommo sconcerto che ho letto ed appreso la vostra eretica tesi eliocentrica, tesi che è offesa sia alla ragione che alla Fede. Voi affermate che, con l’ausilio di un “occhialetto” o “cannone-occhiale” (da voi inventato!) avete osservato la luna e scoperto che essa non è altro che una replica della terra, con mari e monti di cui avete calcolato anche l’altezza. Non contento di questa strabiliante scoperta, avete puntato il vostro “cannone” su Saturno e Giove scoprendo che il primo era circondato da un anello di fuoco e il secondo con ben quattro corpi ruotanti attorno ad esso, simili a pianeti, a cui avete dato il nome di “medicei”: tutte queste scoperte, secondo voi, rafforzerebbero le teorie eliocentriche di alcuni studiosi del nord Europa.Voglio umilmente avvertirvi di non fidarvi troppo del vostro cannone-occhiale che, finora, ha sparato solo panzane. Conosco bene simili strumenti, li ho già visti e sperimentati di persona in qualche bottega della mia città. Essi non sono altro che giocattoli per bambini, vengono dalle Fiandre ma ingrandiscono le figure che si osservano di solo tre volte e non di 20 come dite voi! In virtù di quale arte magica sareste riuscito a costruire un simile portentoso strumento? Ho saputo che molti astronomi e matematici, da voi interpellati, non si sono neanche degnati di guardarci dentro! Desistete da simili blasfeme dottrine Professore perchè se oggi avete fatto ridere i dotti di mezza Europa, non farete altrettanto ridere il Santo Uffizio che, ne sono certo, prenderà ben presto le dovute misure contro di voi.
Professandomi umile servo e vostro amico,
Fra Tommaso Caccini

Lettera di Cosimo Caccini a Galileo Galilei

Gli occhiali ritrovati

“Dove diavolo li avrò poggiati!” Borbottava il notaio Santino Fozia alla ricerca affannosa dei suoi occhiali. Tutto era pronto per definire una volta per tutte quella lunga pratica notarile: mancavano solo le ultime postille, roba da nulla per un notaio della sua portata; ma aveva perso i suoi occhiali senza i quali, come un galeone senza vento, non poteva giungere a nessun porto. In effetti, quegli occhiali furono poi ritrovati ma… 470 anni dopo! Un impiegato dell’Archivio di Stato di Mantova li ritrovò in una filza notarile di Santino Fozia incastrati nella pagina del 17 agosto del 1518, dove lo stesso li aveva inavvertitamente posti. E’ grazie a questo accidente che oggi, nel Museo dello stesso Archivio, sono visibili un paio di occhiali del cinquecento di cui si conosce peso (30 g.), gradazione (Tre diottrie positive), materiale (ferro e vetro) e, grazie alla sventura di Santino, anno di fabbricazione (c. 1518).

Occhiali che fanno vedere troppo!

“Provate questo” disse l’occhialaio a messer Nanni porgendogli uno di quegli strani arnesi lucenti. Messer Nanni, pur non avendo visto mai bene nè a distanza ravvicinata nè in lontananza, aveva sempre gestito molto bene il suo commercio di granaglie, tanto da raggiugere un’invidiata condizione di agiatezza. “Gli affari non hanno bisogno di buona vista ma di buon cervello” soleva ripetere alla giovanissima consorte e agli amici. Tuttavia quell’occhialaio, incontrato alla fiera del suo villaggio, l’aveva incuriosito:”Perchè non provare gli occhiali che fanno vedere bene?” E facevano vedere bene davvero! Una volta inforcati sul suo grosso naso, la piazza del suo villaggio gli apparve chiara e illuminata come non l’aveva mai vista neanche in una giornata di sole pieno! Ma quanta miseria, quanto sudiciume, che umanità deforme e volgare lo circondava. Vedendolo sbigottito, l’occhialaio gli porse un altro occhiale dicendogli di puntarlo su distanza maggiore in quanto davvero potente. Messer Nanni, munito del nuovo occhiale, diresse lo sguardo sul suo lontano granaio e quale fu la sua angoscia nel vederlo nitido… tanto nitido da distinguere il via vai dei suoi contadini con sacchi in spalla che lo stavano derubando del nuovo raccolto approfittanto della sua assenza. “Se questo non le va ancora bene, provi almeno questo che è potentissimo!” Questa volta l’obiettivo e lo spettacolo fu la sua lontanissima casetta, sperduta nei campi, con la sua giovanissima sposa intenta ad abbracciare e sbaciucchiare il suo garzone. “Basta!” disse Messer Nanni ” questi occhiali non fanno per me, mi fanno vedere quello che non voglio… fanno vedere troppo!”

Gli occhiali e le vanità

Anno 1320, il Priore del convento di Santa Caterina di Pisa, padre Girolamo, da parecchi anni riusciva a leggere a malapena quei grossi  tomi che, posti su di un leggio durante le Messe e i Vespri, contenevano i brani della Sacra Scrittura.

Imponente e maestoso nel suo abito di prezioso tessuto, padre Girolamo, uomo colto ed autoritario, ad appena cinquant’anni aveva raggiunto il più alto grado del suo ordine e, a detta dei suoi confratelli, era ad un passo dall’ottenere il sommo cappello cardinalizio. Tuttavia tanta maestà veniva puntualmente umiliata al momento delle letture serali: non vedeva alcun carattere distinto e balbettava, improvvisava, distorceva i contenuti della Sacra Scrittura, costretto a volte ad inventarne di nuovi, con sua costernazione e sconcerto dei fedeli. “Tutto questo – pensava – non potrà durare e se continuerà così molto presto… altro che cardinale… sarò declassato a frate cercatore!” Aveva comunque sentito parlare degli occhiali che, a detta del padre guardiano, donavano la vista persino ai ciechi. “Solo Cristo – argomentò da buon cristiano padre Girolamo – fece  simili miracoli!” Tuttavia, incaricò il padre guardiano di portargli uno di quegli strani aggeggi che avrebbe adoperato durante la lettura dei brani serali; “forse – pensò – anche se non recupererò la vista perduta, l’occhiale accrescerà la mia dignità pastorale”. Si immaginò il momento in cui, davanti al leggio, avrebbe inforcato sul naso quei due vetri lucenti, e l’immediato stupore e rispetto dei suoi fedeli.

Giunto quel momento, padre Girolamo si accinse, come ogni sera, a fingere di leggere il brano che aveva davanti… ma quale fu la sua sorpresa nel veder tutto chiaro e distinto, e per la prima volta comprese quello che Dio comunicava attraverso la Scrittura! Con un nodo alla gola e con tanta umiltà lesse ad alta voce: – VANITAS VANITADE… vanità delle vanità, tutto è vanità in questo mondo.

Chi fu l’inventore degli occhiali?

Lazzaro era preoccupato, se non disperato.
Era assai raro che, nella Venezia del secolo XIII, si vivesse a lungo, ma il suo mestiere di vetraio esigeva gioventù e vista buona più che esperienza.
I suoi cinquant’anni suonati non gli permettevano più di vedere oggetti piccoli ad una distanza ravvicinata e men che mai poter eseguire sul vetro di una bottiglia le complesse ed elaborate decorazioni richieste dalla produzione vetraia di quel tempo.
Da “maestro fiolario” (cioè produttore di “fiole”: bottiglie), era stato retrocesso a produrre semplici bicchieri di forma semi-conica o cilindrica destinati a taverne e frugali mense.
Era consapevole che, con l’avanzare dell’età, la sua vista si sarebbe tanto indebolita da non poter eseguire neanche quest’ultima mansione e allora sarebbe stato messo alla porta senza troppi complimenti: in quei tempi non esisteva l’assistenza sociale!
Ma il caso volle che proprio quell’umile oggetto, quel bicchiere di vetro che costruiva giornalmente in gran quantità, gli venisse in soccorso grazie al suo… fondo.
Non sappiamo come avvenne, ma possiamo immaginare che Lazzaro ebbe un giorno occasione di guardare attraverso il fondo di un bicchiere rotto, che aveva la forma lenticolare di una lente biconvessa, ed accorgersi di vedere bene come un ventenne!
Da qui a tenerne due sul naso (le mani dovevano essere libere di lavorare) e l’immaginazione di Lazzaro non tardò a trovare la soluzione adatta: montare i due fondi di bicchiere su una struttura a perno in legno… erano stati inventati gli occhiali!